Esistono luoghi che non accettano compromessi. Non puoi affrontarli con la mente distratta o con il corpo irrigidito dalle tensioni della settimana. Il Passo Giau è uno di questi. È un’ascesa che non si limita a portarti in quota; ti costringe a una negoziazione continua tra la tua capacità di sognare e la tua abilità di restare ancorato al presente. Se il Motolismo avesse una cattedrale fatta di roccia e asfalto, sarebbe qui, tra queste curve che sembrano disegnate da un osteopata che ha voluto testare la mobilità articolare del mondo.
Quando ero immerso nel mio lavoro clinico, parlavo spesso di "range di movimento". Ogni articolazione ha un limite oltre il quale il movimento diventa trauma. Salendo verso i 2236 metri del Giau, capisci che anche la tua mente ha un range di movimento. Se approcci questi tornanti con una visione stretta, focalizzata solo sulla linea bianca o sulla targa di chi ti precede, il passo ti rigetterà. Ti stancherai subito, guiderai male, sentirai la fatica pesare sulle braccia come un macigno.
Il Giau esige una visione panoramica. Non è solo estetica, è sopravvivenza olistica. Devi guardare oltre la curva, anticipare l'uscita, ma allo stesso tempo percepire la rugosità dell'asfalto sotto le ruote della tua SWM. È una forma di attenzione espansa che somiglia molto a quella che cercavo di trasmettere ai miei pazienti: non guardare il dolore, guarda la struttura intera che lo genera. Qui, non guardare il tornante, guarda la dinamica della montagna che lo ospita.
Ogni curva del Passo Giau è un invito a lasciare andare l'ego. Spesso vedo motociclisti che "aggrediscono" il passo. Vogliono dominarlo, piegare la moto fino al limite per dimostrare qualcosa a se stessi o alla telecamera montata sul casco. Ma la montagna non si lascia dominare. È un'entità troppo vasta per interessarsi alle tue velleità di conquista. Quando cerchi di imporre la tua volontà alla strada, la guida diventa pericolosa, le reazioni impulsive. Perdi il ritmo. E senza ritmo, il Giau diventa solo una sequenza faticosa di curve e controcurve.
La vera magia accade quando smetti di lottare. Quando accetti che non sei tu a guidare la moto, ma che tu, la moto e la strada siete un unico sistema dinamico in movimento. È quella "lucida follia" di cui parlo spesso: sei perfettamente consapevole del vuoto alla tua destra, del freddo che aumenta man mano che sali, ma non ne sei spaventato. Lo lasci essere. Collabori con la realtà. In quell'istante, la tua guida cambia. Diventa fluida, silenziosa, quasi senza sforzo. Le tue mani si rilassano sul manubrio, il respiro si regolarizza e il battito del monocilindrico diventa la colonna sonora di una meditazione attiva.
Arrivare in cima al Giau, davanti all'imponenza del Nuvolau e del Gusela, è un momento di nudità totale. Lì, dove l'aria è rarefatta e il vento ti ricorda che sei solo un ospite, capisci cosa resta quando togli il superfluo. Resta lo stupore. Resta il silenzio che segue lo spegnimento del motore. Resta la consapevolezza che il lavoro vero non è stato scalare la montagna, ma scalare le pareti del tuo stesso controllo.
Il Passo Giau non è un trofeo da appendere alla bacheca dei passi fatti. È una pratica. Ogni volta che lo percorri, lo fai con un corpo diverso e una mente diversa. Ti restituisce esattamente quello che sei in quel momento. Se sei in pace, la salita sarà un volo. Se sei in guerra con te stesso, la salita sarà una battaglia. Il Motolismo nasce qui: nell'onestà di ammettere che la strada non è fuori di noi, ma è il riflesso esatto di come decidiamo di occupare il nostro spazio nel mondo.